Interviste

Alessandro Ristori: “Sport e musica nascono da qualcosa di sano e le cose sane devono aiutare chi ha bisogno”

In occasione del Gran Galà, Alessandro Ristori, protagonista della serata insieme ai The Portofinos, racconta la propria carriera, il rapporto con la musica e le ragioni della sua partecipazione all'iniziativa benefica.

Ufficio Stampa Nazionale Italiana Sanitari
Alessandro Ristori

In occasione del Gran Galà, Alessandro Ristori, protagonista della serata insieme ai The Portofinos, racconta la propria carriera, il rapporto con la musica e le ragioni della sua partecipazione all'iniziativa benefica.

Alessandro, come nasce la tua passione per la musica e cosa rende unici i tuoi spettacoli con i The Portofinos?

«La passione nasce da bambino. Già a cinque anni ero sul palcoscenico, facevo spettacoli e teatro. La mia maestra mi aveva avvicinato un po' alle arti: la musica, la scultura, la pittura e il teatro. Quindi l'arte c'è sempre stata nella mia vita.

Poi, da lì a farla diventare un mestiere o qualcosa di più importante, nell'età adulta, è stata sicuramente un'altra cosa. È la vita che ti porta a fare quello che fai.

Forse quello che rende speciale uno spettacolo, anche se non dovrei essere io a dirlo, è che uno spettacolo di Alessandro Ristori e The Portofinos è sicuramente un viaggio, come un film, in un Novecento che si spera possa tornare. Il sound che si è creato, quell'atmosfera che creo cantando e con il mio corpo, penso rendano tutto questo qualcosa di originale».

Hai calcato palcoscenici prestigiosi in tutto il mondo. Qual è l'esibizione che porti maggiormente nel cuore?

«Guarda, è una domanda alla quale faccio sempre un po' fatica a rispondere, anche per la quantità di eventi che si fanno in una vita, che ormai cominciano a essere centinaia all'anno, da molti anni.

Ci sono tanti bei ricordi e, quando se ne parla tranquillamente, vengono fuori anche degli aneddoti. Ci sono stati dei momenti che, anche se magari non rappresentano lo spettacolo più bello della vita, ti hanno dato molta visibilità.

Penso al Ballo della Rosa del 2019 e, di conseguenza, al matrimonio dei Casiraghi a Montecarlo. Ma non è una questione di fare nomi.

Ricordo anche altri eventi, come la prima volta all'Annabel's di Londra, che sicuramente mi ha aperto un mercato ancora oggi molto importante per noi. Ricordo quell'esperienza come qualcosa di enorme, anche se il club è piccolo. Non è sempre la quantità di pubblico a determinare l'importanza di un evento.

La prima volta all'Annabel's ero molto, molto emozionato e ancora oggi ricordo quella serata con grande affetto.

Ma anche la Versilia, quando abbiamo iniziato lì e quella che era una piccola realtà è diventata molto importante per noi.

E poi Montecarlo, che porto sempre nel cuore perché è stata una palestra che mi ha aperto le porte al mondo».

Un tempo gli artisti facevano la famosa gavetta, conquistando un passo alla volta nella propria carriera. Oggi, invece, grazie a YouTube e ai social, si può diventare famosi giovanissimi, spesso senza lo stesso percorso. Come giudichi questo cambiamento?

«Io dico sempre che la verità sta nel mezzo, perché anche negli anni Cinquanta e Sessanta i cantanti andavano in classifica a 15, 16, 17 o 18 anni. C'era Sanremo, che possiamo considerare un po' l'X Factor di una volta.

Bisogna sempre valutare ogni periodo e ogni situazione. È vero che oggi non c'è più la gavetta, anche perché non ci sarebbero neanche gli spazi per poterla fare: non ci sono più locali dove andare a suonare dal vivo.

Io, da romagnolo, ho avuto la fortuna di suonare sempre d'inverno nell'entroterra e d'estate sulla Riviera.

Però non è vero che una volta i cantanti arrivavano in classifica già da adulti. Elvis Presley è andato in classifica a 19 anni, Paul Anka a 16, Celentano a 18 o 19 anni, Gigliola Cinquetti a 14 anni.

La gavetta la facevano sul palco, perché l'unico modo era andare sul palco e, obiettivamente, si spera, erano quasi tutti bravi.

Poi, sul fatto che oggi il mondo sia più becero e che l'ostentazione, anche di cattivo gusto, sia molto più brutta e meno elegante di quanto fosse un tempo, ti do tutte le ragioni.

Però i cantanti di grande successo sono sempre arrivati, nella maggior parte dei casi, in classifica molto giovani.

Ci sono ovviamente delle eccezioni: Enigma è andato in classifica quando era già ultratrentenne, altri ci sono arrivati a 35 o 40 anni. Vasco aveva già trent'anni, insomma.

Non è quindi un fattore di età. Il concetto di gavetta va distinto dall'età in cui un cantante arriva in classifica.

La gavetta serve perché lavori, capisci come funziona il palco e come crescere artisticamente. È quella la gavetta. La classifica è un'altra cosa».

Il 28 ottobre sarai protagonista del Gran Galà della Nazionale Italiana Sanitari. Cosa ti ha spinto a partecipare?

«Sicuramente un'amicizia nata tra me e Flavio Moretti, uno dei ragazzi che organizzano l'evento. Mi ha trasmesso fiducia come persona e, di conseguenza, mi ha dato fiducia anche nel progetto che porta avanti.

Oggi penso che la cosa più importante sia avere voglia e fiducia nelle cose che si fanno.

Ho capito che si tratta di persone che fanno tutto questo con il cuore, per motivi nobili. E quindi sì, ho deciso di partecipare».

In appena un anno la Nazionale Italiana Sanitari ha già realizzato importanti iniziative benefiche, tra cui il quadrangolare dello scorso novembre e il progetto di umanizzazione del reparto di Oncologia pediatrica dell'Umberto I di Roma. Quanto possono contribuire la musica e lo sport alla solidarietà e alla sensibilizzazione delle persone?

«Tantissimo. Tra l'altro mi ricordo di questa iniziativa perché anch'io feci un videomessaggio per quella partita e la ricordo benissimo.

Secondo me sport e musica si aiutano a vicenda, perché nascono come due attività sane, che dovrebbero alimentare la passione dei bambini e dei ragazzi che le praticano. Che sia il calcio, la pallavolo oppure un corso di chitarra o di batteria.

Quindi nascono da qualcosa di sano e le cose sane devono aiutare chi ha bisogno.

Se vogliamo, oggi anche il calcio ha bisogno di essere presente in queste iniziative per fare bella figura, perché l'esempio che dà non è sempre così positivo per le nuove generazioni, nonostante piaccia a tutti.

Quindi il fatto che il calcio si avvicini a queste realtà può renderlo qualcosa di buono, qualcosa di sano. Le cose si aiutano a vicenda.

La musica, ovviamente, è benessere per il corpo e per la mente. Si spera quindi che uno spettacolo di buona qualità regali emozioni e, di conseguenza, anche la voglia di aiutare qualcun altro».

Il Gran Galà del 28 ottobre ha un obiettivo ambizioso: sostenere importanti progetti benefici. Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo spettacolo e quale messaggio vuoi lanciare agli ospiti?

«Io dico sempre che nella vita so fare pochissime cose, tra cui stare su un palco. E se ci sto è perché non ho creato un progetto a tavolino, ma porto la mia persona, la mia vita, il mio essere spontaneo davanti alla gente.

Quindi, quando uno si presenta a cuore aperto e fa capire che non è lì per essere falso, penso che dia più fiducia a chi lo sta ascoltando.

Speriamo che quella fiducia venga ripagata, in questo caso, anche attraverso quello che è l'unico vero motivo della serata e non solamente con un applauso per uno spettacolo di piazza.

Io non servo a fare più pubblicità di quella che fate voi, perché siete voi l'anima di tutto questo e riuscite a farvi capire benissimo.

Si spera che voi possiate dare, anche con me, qualcosa in più e che le persone capiscano che è stato scelto Alessandro Ristori non perché sia soltanto uno che va lì a fare un lavoro, ma perché partecipa con il cuore.

E che la gente, in questo caso, non dia soltanto un applauso, ma qualcosa di più».

GRAN GALÀ CHARITY · 28 OTTOBRE 2026

The NIS Gala

Alessandro Ristori e The Portofinos saranno protagonisti della serata di beneficenza della Nazionale Italiana Sanitari.

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